Le montagne erano da sempre state testimoni degli eventi più importanti delle valli, apparentemente immutabili guardiani di pietra e ghiaccio e maestre di vita terribili e severe. I Gemit erano il loro popolo, guerrieri temprati dal freddo e dalla difficile vita sulle loro pendici e la loro implacabilità era nota e temuta dai popoli delle valli, dall’una e dall’altra parte della catena montuosa, al punto che qualsiasi guerra si facesse, qualsiasi battaglia si combattesse, loro non venivano mai coinvolti e sempre a loro andava il primo pensiero del vincitore volto subito a mantenere rapporti di buon vicinato. C’era chi sosteneva che il prezzo richiesto dai Gemit per proteggere le valli dall’esterno, così come le montagne le proteggevano dalle tempeste, era eccessivo. Strappare i figli alle famiglie era una pratica crudele e perversa che non risparmiava nessuno, indipendentemente dall’estrazione sociale, e non era giustificabile dal loro compito che molti ormai ritenevano inutile. Erano anni che nessuna guerra veniva da fuori e la vita ormai trascorreva tranquilla nelle valli. Diminuiva sempre più il numero di coloro che difendevano i Gemit sostenendo che era solo grazie a loro che questo accadeva.
I Gemit, dal canto loro, di solito indifferenti a critiche e malelingue, si accorsero del malcontento crescente e poiché, al di là della loro fama, erano comunque uomini e, come tutti gli uomini, vulnerabili alle critiche, reagirono ad esse nei modi più disparati. Ci fu chi si limitò a scuotere la testa e chi, invece, pensò di dare una lezione ai popoli delle valli.
Si sa, nei momenti di crisi spesso si reagisce nel modo sbagliato seguendo il cuore e non usando la testa, facendosi trasportare dalla rabbia e dal desiderio di vendetta, oppure si lascia che la cupidigia abbia il sopravvento giustificandola con scuse banali che sul momento mettono a tacere i dubbi. Avvenne così che, credendo di fare la cosa giusta, alcuni dei Gemit non prestarono la dovuta attenzione a chi attraversava le montagne e non sorvegliarono così attentamente i passi fino a quando non fu troppo tardi. Dal canto suo Sharntar, che era riuscito finalmente a superare l’ostacolo principale ai suoi piani di conquista, non rimase li ad aspettare le reazioni ma agì immediatamente attaccando i regni impreparati e portando morte e distruzione nelle valli.
I Gemit osservarono quanto stava accadendo e per la prima volta esitarono. Le tradizioni, la loro stessa cultura avrebbe voluto che prendessero le armi e aiutassero la valle ma erano stati gli stessi popoli che loro avrebbero dovuto difendere a provocare tutto questo. Erano uomini, non erano fatti di ghiaccio nonostante spesso dessero l’impressione di esserlo, e se una parte di loro voleva intervenire a dimostrare alle valli che solo dai Gemit dipendeva la loro sicurezza, un’altra voleva invece ignorare quanto stava accadendo e lasciare quelle popolazioni ingrate al loro destino. Senza contare che quanto stava accadendo aveva portato molti Gemit a rendersi conto di essere stufi della vita dura e rigida che facevano e a domandarsi se non fosse ora di meritare qualcosa di più. Così, quando si diffuse la notizia che uno dei principi di Mannor era allievo di Felir’n’ral, guardarono al ragazzo come all’occasione che avrebbe cambiato le loro vite e cominciarono a fare piani. Lamentele, voci, malignità si diffusero fra i Gemit e dal dibattito si arrivò alla lite, dalla lite alla divisione, dalla divisione alla guerra sulle montagne.
Quando fu evidente che non c’era più unità, coloro che avevano tramato nelle ombre agirono.
«Così si inventarono il messaggero,» stava spiegando velocemente Felir’n’ral a Kor, «tutti sapevano del giuramento dei cavalieri di Mannor, dovevano solo trovare qualcuno di abbastanza credibile da reggere il gioco.»
Il guerriero era inginocchiato sotto la finestra e aspettava, dall’altro lato della porta il Gran Maestro continuava il suo racconto fissando i battenti, la spada posata a terra vicino alla mano sinistra pronta per essere afferrata. Lo sguardo era concentrato e attento, l’espressione tesa.
«E lui…» Felir annuì senza dargli il tempo di finire la frase.
«Lui era il messaggero, Rashkal lo riconobbe non appena riprese conoscenza. Si era opposto al piano ed aveva quasi pagato con la vita per quello, se i suoi uomini non lo avessero portato qui in tempo sarebbe morto e questa storia avrebbe avuto un’altra fine.»
Kor annuì lentamente osservandone l’espressione. Certe cose ora trovavano lentamente il loro posto, piccoli dettagli, parole non dette dall’uomo in nero e mezze frasi lasciate cadere così all’improvviso.
«Tu e Derok…» Fu interrotto di nuovo da quell’annuire rapido e quasi brusco. Inspirò a fondo portando lo sguardo sulla porta in attesa del segnale di Pern, «lui se lo porta sulla coscienza,» mormorò dopo qualche secondo, «è per questo che siamo tornati qui.»
Felir’n’ral si girò a guardarlo, la fronte aggrottata, negli occhi una punta di rabbia. «Ha aspettato un bel po’ per farsi prendere dai sensi di colpa,» fu il suo commento acido, «avrebbe consegnato senza farsi problemi il principe ai Gemit se non lo avessero scoperto, per fortuna di Jeffry di Mannor parte degli uomini fuori dalla casa erano fedeli a Rashkal e quando gli mostrarono il messaggero legato alla barella, capirono come stavano le cose e mi mandarono a chiamare.» Alzò di poco la testa per lanciare un’occhiata alle scale poi tornò a guardarlo, «ancora mi chiedo come abbia fatto a scappare,» commentò acida.
«E’ un uomo pieno di risorse,» rispose Kor stringendo le spalle, «come risolveste il problema della divisione dei Gemit?»
«A suon di spadate,» rispose bruscamente Felir, «fu una battaglia cruenta e alla fine scendemmo dalla montagna a mettere ordine.»
Ancora una volta Kor si ritrovò a guardarla con ammirazione prima che lei si alzasse di scatto al segnale di Pern ed aprisse la porta per uscire fuori. Con un grugnito il guerriero si affrèttò a seguirla all’esterno accompagnato dal rumore delle frecce dell’arco di Pern.
Pern si passò una mano sul mento poi si osservò per qualche secondo le dita sporche di sangue prima di strofinarle distrattamente sui pantaloni, al suo fianco Kor guardava il campo di battaglia, lentamente, come se si stesse imprimendo bene in mente i volti di coloro che non ce l’avevano fatta.
Era stato uno scontro cruento, senza pietà. Dopo la sorpresa iniziale nel vedere il Gran Maestro Felir’n’ral lanciarsi contro di loro, i Gemit si erano ripresi rapidamente pensando che stessero scappando. Il loro obiettivo però non era quello e fu chiaro quando altri Gemit sbucarono dalla foresta e si avventarono su di loro.
I loro stessi compagni li avevano massacrati li, sulla neve, senza pietà.
«Così il cerchio si è chiuso,» commentò il biondo con un sospiro guardando Kor con aria stanca.
«Il messaggio serviva solo a far si che i traditori si raccogliessero qui, lui voleva saldare un debito,» rispose il guerriero dopo qualche secondo, a fatica, come se fosse con i pensieri da tutt’altra parte, «fu il principe Jeffry a liberarlo, gli risparmiò la vita e lui si è ripromesso di ripagarlo.» Il suo sguardo si spostò verso Felir’n’ral accucciata a terra poco distante da loro, la testa china sul petto. «Torno subito,» aggiunse ma attese ancora qualche secondo prima di muoversi verso la donna.
«Che succede?» Provò a chiedere Pern vedendolo allontanarsi a passo rapido ma Kor non lo ascoltava, era evidente, i suoi occhi erano solo per il Gran Maestro che aveva sollevato il viso e si era girata a guardarlo in silenzio. La sua andatura aumentò fino a quando non la raggiunse, rimasero così, senza dire una parola poi il guerriero le tese la mano, che lei afferrò quasi fosse un’ancora di salvezza, e la tirò a se. Pern li guardò stupito, l’espressione tipica che ha chi non capisce che sta succedendo ma si guardò bene dall’interrompere i due e anzi diede loro le spalle dimostrando per la prima volta in vita sua un tatto ed una discrezione che non erano mai stati suoi.
FINE