giovedì, 02 ottobre 2008,12:13

Ho raccolto tutti i racconti finora pubblicati qui sul blog riguardanti l'Uomo in Nero e i suoi due compari, li ho risistemati e riscritti in parte (l'ultimo è cambiato molto) e li ho messi a disposizione per l'acquisto su un sito che si occupa di stampare i libri e spedirli all'acquirente.

Ho scelto il formato tascabile ed il prezzo è quello per la stampa, il link è questo se vi va :D : http://ilmiolibro.kataweb.it/autore.asp?id=16370

by sbrunati | commenti (3) | commenti (3)(popup)
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giovedì, 02 ottobre 2008,12:09

Le montagne erano da sempre state testimoni degli eventi più importanti delle valli, apparentemente immutabili guardiani di pietra e ghiaccio e maestre di vita terribili e severe. I Gemit erano il loro popolo, guerrieri temprati dal freddo e dalla difficile vita sulle loro pendici e la loro implacabilità era nota e temuta dai popoli delle valli, dall’una e dall’altra parte della catena montuosa, al punto che qualsiasi guerra si facesse, qualsiasi battaglia si combattesse, loro non venivano mai coinvolti e sempre a loro andava il primo pensiero del vincitore volto subito a mantenere rapporti di buon vicinato. C’era chi sosteneva che il prezzo richiesto dai Gemit per proteggere le valli dall’esterno, così come le montagne le proteggevano dalle tempeste, era eccessivo. Strappare i figli alle famiglie era una pratica crudele e perversa che non risparmiava nessuno, indipendentemente dall’estrazione sociale, e non era giustificabile dal loro compito che molti ormai ritenevano inutile. Erano anni che nessuna guerra veniva da fuori e la vita ormai trascorreva tranquilla nelle valli. Diminuiva sempre più il numero di coloro che difendevano i Gemit sostenendo che era solo grazie a loro che questo accadeva.

I Gemit, dal canto loro, di solito indifferenti a critiche e malelingue, si accorsero del malcontento crescente e poiché, al di là della loro fama, erano comunque uomini e, come tutti gli uomini, vulnerabili alle critiche, reagirono ad esse nei modi più disparati. Ci fu chi si limitò a scuotere la testa e chi, invece, pensò di dare una lezione ai popoli delle valli.

Si sa, nei momenti di crisi spesso si reagisce nel modo sbagliato seguendo il cuore e non usando la testa, facendosi trasportare dalla rabbia e dal desiderio di vendetta, oppure si lascia che la cupidigia abbia il sopravvento giustificandola con scuse banali che sul momento mettono a tacere i dubbi. Avvenne così che, credendo di fare la cosa giusta, alcuni dei Gemit non prestarono la dovuta attenzione a chi attraversava le montagne e non sorvegliarono così attentamente i passi fino a quando non fu troppo tardi. Dal canto suo Sharntar, che era riuscito finalmente a superare l’ostacolo principale ai suoi piani di conquista, non rimase li ad aspettare le reazioni ma agì immediatamente attaccando i regni impreparati e portando morte e distruzione nelle valli.

I Gemit osservarono quanto stava accadendo e per la prima volta esitarono. Le tradizioni, la loro stessa cultura avrebbe voluto che prendessero le armi e aiutassero la valle ma erano stati gli stessi popoli che loro avrebbero dovuto difendere a provocare tutto questo. Erano uomini, non erano fatti di ghiaccio nonostante spesso dessero l’impressione di esserlo, e se una parte di loro voleva intervenire a dimostrare alle valli che solo dai Gemit dipendeva la loro sicurezza, un’altra voleva invece ignorare quanto stava accadendo e lasciare quelle popolazioni ingrate al loro destino. Senza contare che quanto stava accadendo aveva portato molti Gemit a rendersi conto di essere stufi della vita dura e rigida che facevano e a domandarsi se non fosse ora di meritare qualcosa di più. Così, quando si diffuse la notizia che uno dei principi di Mannor era allievo di Felir’n’ral, guardarono al ragazzo come all’occasione che avrebbe cambiato le loro vite e cominciarono a fare piani. Lamentele, voci, malignità si diffusero fra i Gemit e dal dibattito si arrivò alla lite, dalla lite alla divisione, dalla divisione alla guerra sulle montagne.

Quando fu evidente che non c’era più unità, coloro che avevano tramato nelle ombre agirono.

«Così si inventarono il messaggero,» stava spiegando velocemente Felir’n’ral a Kor, «tutti sapevano del giuramento dei cavalieri di Mannor, dovevano solo trovare qualcuno di abbastanza credibile da reggere il gioco.»

Il guerriero era inginocchiato sotto la finestra e aspettava, dall’altro lato della porta il Gran Maestro continuava il suo racconto fissando i battenti, la spada posata a terra vicino alla mano sinistra pronta per essere afferrata. Lo sguardo era concentrato e attento, l’espressione tesa.

«E lui…» Felir annuì senza dargli il tempo di finire la frase.

«Lui era il messaggero, Rashkal lo riconobbe non appena riprese conoscenza. Si era opposto al piano ed aveva quasi pagato con la vita per quello, se i suoi uomini non lo avessero portato qui in tempo sarebbe morto e questa storia avrebbe avuto un’altra fine.»

Kor annuì lentamente osservandone l’espressione. Certe cose ora trovavano lentamente il loro posto, piccoli dettagli, parole non dette dall’uomo in nero e mezze frasi lasciate cadere così all’improvviso.

«Tu e Derok…» Fu interrotto di nuovo da quell’annuire rapido e quasi brusco. Inspirò a fondo portando lo sguardo sulla porta in attesa del segnale di Pern, «lui se lo porta sulla coscienza,» mormorò dopo qualche secondo, «è per questo che siamo tornati qui.»

Felir’n’ral si girò a guardarlo, la fronte aggrottata, negli occhi una punta di rabbia. «Ha aspettato un bel po’ per farsi prendere dai sensi di colpa,» fu il suo commento acido, «avrebbe consegnato senza farsi problemi il principe ai Gemit se non lo avessero scoperto, per fortuna di Jeffry di Mannor parte degli uomini fuori dalla casa erano fedeli a Rashkal e quando gli mostrarono il messaggero legato alla barella, capirono come stavano le cose e mi mandarono a chiamare.» Alzò di poco la testa per lanciare un’occhiata alle scale poi tornò a guardarlo, «ancora mi chiedo come abbia fatto a scappare,» commentò acida.

«E’ un uomo pieno di risorse,» rispose Kor stringendo le spalle, «come risolveste il problema della divisione dei Gemit?»

«A suon di spadate,» rispose bruscamente Felir, «fu una battaglia cruenta e alla fine scendemmo dalla montagna a mettere ordine.»

Ancora una volta Kor si ritrovò a guardarla con ammirazione prima che lei si alzasse di scatto al segnale di Pern ed aprisse la porta per uscire fuori. Con un grugnito il guerriero si affrèttò a seguirla all’esterno accompagnato dal rumore delle frecce dell’arco di Pern.

 

Pern si passò una mano sul mento poi si osservò per qualche secondo le dita sporche di sangue prima di strofinarle distrattamente sui pantaloni, al suo fianco Kor guardava il campo di battaglia, lentamente, come se si stesse imprimendo bene in mente i volti di coloro che non ce l’avevano fatta.

Era stato uno scontro cruento, senza pietà. Dopo la sorpresa iniziale nel vedere il Gran Maestro Felir’n’ral lanciarsi contro di loro, i Gemit si erano ripresi rapidamente pensando che stessero scappando. Il loro obiettivo però non era quello e fu chiaro quando altri Gemit sbucarono dalla foresta e si avventarono su di loro.

I loro stessi compagni li avevano massacrati li, sulla neve, senza pietà.

«Così il cerchio si è chiuso,» commentò il biondo con un sospiro guardando Kor con aria stanca.

«Il messaggio serviva solo a far si che i traditori si raccogliessero qui, lui voleva saldare un debito,» rispose il guerriero dopo qualche secondo, a fatica, come se fosse con i pensieri da tutt’altra parte, «fu il principe Jeffry a liberarlo, gli risparmiò la vita e lui si è ripromesso di ripagarlo.» Il suo sguardo si spostò verso Felir’n’ral accucciata a terra poco distante da loro, la testa china sul petto. «Torno subito,» aggiunse ma attese ancora qualche secondo prima di muoversi verso la donna.

«Che succede?» Provò a chiedere Pern vedendolo allontanarsi a passo rapido ma Kor non lo ascoltava, era evidente, i suoi occhi erano solo per il Gran Maestro che aveva sollevato il viso e si era girata a guardarlo in silenzio. La sua andatura aumentò fino a quando non la raggiunse, rimasero così, senza dire una parola poi il guerriero le tese la mano, che lei afferrò quasi fosse un’ancora di salvezza, e la tirò a se. Pern li guardò stupito, l’espressione tipica che ha chi non capisce che sta succedendo ma si guardò bene dall’interrompere i due e anzi diede loro le spalle dimostrando per la prima volta in vita sua un tatto ed una discrezione che non erano mai stati suoi.

FINE

mercoledì, 01 ottobre 2008,10:14

Rallentarono la corsa fino a quando non si trovarono a pochi metri dal Gemit e si fermarono senza posare a terra la barella, l’uomo teneva la spada leggermente discosta dal corpo e li guardava in silenzio, come se si aspettasse delle spiegazioni da loro, spiegazioni che dovevano essere convincenti. Jeffry ricambiò il suo sguardo, lo sostenne e quasi arrivò a sfidarlo prima di parlare.

«C’è un traditore,» disse augurandosi che la sua voce non suonasse veramente così tremante come la sentiva lui. Il Gemit sollevò di pochissimo un sopracciglio alle sue parole e fu l’unico movimento che tradì la sua perplessità, subito dopo socchiuse gli occhi attento. «Qualcuno ha cercato di dividervi,» proseguì Jeffry approfittando del fatto che ora l’attenzione dell’uomo era tutta per lui, «ed indebolirvi.»

Dopo quello che gli sembrò un periodo di tempo infinito il Gemit formulò una sola domanda:

«Chi?»

 

Kor ascoltava Felir’n’ral. La bottiglia era ormai quasi vuota ed il guerriero pericolosamente vicino a dimenticare che la fuori c’erano Gemit ad attenderli. Quando lei smise di parlare faticò a ricordarsi dov’era, si raddrizzò con un sospiro pesante ed il suo sguardo andò verso la scala di legno che portava al piano superiore.

«Chi era?» Le chiese dopo qualche istante.

«Chi?»

Kor sorrise sentendo la nota ironica nella voce di Felir e tornò a guardarla.

«Chi era il traditore? » Chiese di nuovo.

Sul viso di Felir spuntò un sorriso divertito e proprio in quel momento Pern proruppe in un grido di avvertimento.

«Arrivano!»

 

I Gemit si muovevano con sicurezza innaturale nella neve fresca, quasi fossero essi stessi fatti di ghiaccio. Era possibile distinguerli solo grazie al fatto che il paesaggio continuava a cambiare come se fosse un mare in piena e non era di certo una visione piacevole vederli arrivare, soprattutto se non si sapeva quali fossero le loro intenzioni. Al loro comando c’era una donna, non era possibile distinguerla dagli altri perché vestiva e si muoveva come loro, ma chi le era al fianco e la seguiva era perfettamente consapevole che sarebbe stato da stupidi sottovalutarla, e chi le era davanti, in attesa, avrebbe avuto ben magra consolazione se avesse saputo che l’imminente battaglia, se ci fosse stata, sarebbe finita fra le grandi storie che riguardavano Felir’n’ral, Gran Maestro di Spada.

Davanti ai Gemit, l’esercito era dispiegato e pronto. Non avevano avuto nessuna intenzione di attaccare le montagne, non vi si erano nemmeno avvicinati, erano i Gemit che erano venuti a cercarli e la cosa non li rassicurava per niente dal momento che nessuno sapeva quali fossero le loro intenzioni. Per sicurezza però i comandanti avevano dato ordine di prepararsi alla battaglia, se gli uomini della montagna si fossero rivelati nemici non si sarebbero certo fatti cogliere di sorpresa. Il problema era che tutti sapevano che se i Gemit avessero voluto tendere un’imboscata non si sarebbero mai fatti vedere se non quando fosse stato troppo tardi, perciò il fatto che non si preoccupassero di farlo spiazzava tutti e sollevava domande e, quando ci si comincia a far domande, significa che non si è affatto sicuri di quello che succederà e quando manca la sicurezza, la sconfitta è vicina.

In mezzo ai Gemit tre figure avanzavano più goffamente delle altre, due perché non facevano parte di quel popolo e quindi non era naturale per loro muoversi a quel modo, la terza era ferita e questo rendeva tutto molto più complicato ma non si sarebbe perso quel momento per nulla al mondo.

Quando furono a poca distanza, i Gemit, di colpo si fermarono e fra loro e l’esercito in attesa, un esercito che ne aveva sconfitti altri ritenuti imbattibili e che aveva razziato fortezze invalicabili, non ci fu che un lungo e teso silenzio.

Poi con una lentezza esasperante ma implacabile i Gemit si mossero e fu battaglia.